MAURO PIPANI

di Pier Paolo Rinaldi

 

 

L’esperienza moderna ha conosciuto ciò che Hans Sedlmayr ha definito negli anni Quaranta la Perdita del centro e la nostra visione del mondo ha proseguito quel processo di frammentazione. La rassicurante totalità degli universi del romanzo ottocentesco è esplosa nei flussi di coscienza, più intimi, e l’avanguardia storica ha frantumato il confortante solido della figura. Nella vita quotidiana l’affresco del cinema – la durata della visione, il luogo della sala, lo spazio/tempo dell’evento – ha perso rilevanza rispetto alle tessere di un mosaico multi-piattaforma accessibile “h24”. La pelle dell’opera d’arte ha lasciato vedere il gesto dell’artista, non più celato dalla tecnica, e la traccia che questo lascia e i supporti e le materie del colore hanno abbandonato la fusione alchemica dei trattati della pittura per rivelarsi all’osservatore in superfici, in campiture, in grumi.

Lo “spazio congeniale” dell’opera di Mauro Pipani si compone di superficie, materia e gesto. La superficie sono i tessuti, le garze, le carte che l’artista dispone in rapporti complessi sul supporto orizzontale che diventa pagina. A volte invece la superficie – come nel caso della carta velina – diventa, da supporto, sostanza vera e propria del lavoro e va ad occupare lo spazio con la sua fragile ma coraggiosa presenza. La materia è rappresentata da elementi pre-moderni come i pigmenti, dai blu e dai grigi che portano con sé, nella loro forma di polvere, l’eco dell’ocra e del nerofumo primigeni, e dalle cere, elusive sostanze leganti dell’encausto romano ed egizio, ma anche dall’ultra-moderna resina che racchiude – come nella serie delle “Latte” – l’opera sotto un velo trasparente, quasi a gettare uno sguardo verticale sul lavoro artistico fissato in un lungo momento di specchio ghiacciato, di lucida e cristallina ambra primordiale. Il gesto dispone la materia e lascia sulla superficie la traccia, ordina la campitura che è testimonianza del pensiero, scrive il segno, il disegno e la parola. Il gesto apre spazi di colore liquido, traccia figure che del soggetto hanno solo un ricordo e scrive parole che sono echi di un discorso, frammenti di un colloquio interiore, come voci sentite in sogno, che abbiamo dimenticato ma di cui portiamo ancora con noi, turbati, la memoria nel giorno che inizia.

Il segno corsivo di una frase percorre la superficie del lavoro, numeri e segni l’interrompono, il vuoto s’interpone, il gesto lo vela di colore, una cancellatura lo maschera – frammenti che l’artista compone con lentezza in un’opera che è essa stessa frammento di un insieme, parola di una frase che si va componendo nel flusso dell’operare, scorcio di un paesaggio che scorre nella lontananza del tempo, con lentezza da esperienza extra-corporea. Nelle opere di Pipani la parola, strumento del discorso, non ha lo scopo dello spillo dell’entomologo, non fissa una volta per tutte la farfalla nel suo scomparto e l’identifica, ma è il segno che si presenta allo sguardo dell’osservatore come impronta dell’idea. La sostanza del colore la bilancia, ne è contrappeso il corpo della materia su cui è tracciata, l’allontana da noi il velo che la copre. Il disegno perde il suo status di preparazione dell’opera e si integra come elemento, materiale tra i materiali del discorso alla pari dell’azione, della parola e del colore, dei vuoti e delle interruzioni che invadono il supporto a trasformare il momento in cui accade, il tempo in cui superficie e materia e gesto manifestano la loro essenza e per mezzo del corpo diventano opera. In cui tutto si fa quella parola che, pronunciata, si allontana dall’oratore nello spazio che ci comprende tutti e diventa – coraggiosa e incerta, lucida e velata – parte di un discorso.

Genova - Settembre 2019