Arborea

June 30, 2015

Lo statuto poetico di Pipani si muove attraverso segni e tracce visive nella volontà di investire tutta la realtà dell’esistente in un distillato grafico-pittorico che si rinnova in varianti e che diventa agile come una calligrafia. Frasi corrose, parole abbandonate, superfici da dove si accende il tenue brillio di uno smalto d’oro, il tutto avvolto da una luce rarefatta e opalescente che è la silenziosa protagonista cognitiva dei suoi lavori. Si avverte una forte concezione unitaria nelle sue opere, la tensione della scrittura, nutrimento e strumento di contaminazione, si coniuga con lo spazio e il respiro della pittura e del segno. Ogni singola occasione operativa si fa per l’artista coagulo e elaborazione per accendere sensorialità percettive, ma anche spinta ad uno stream intellettuale ed emotivo. E la scrittura è un tentativo di dare senso all’esperienza del visivo poiché in arte tutto è rivelato e nascosto contemporaneamente.

Pipani lo fa dispiegando una narrazione ibrida di parole e immagini, spingendo i mezzi espressivi su soglie intangibili, in una costante dissolvenza della materia, dove la densità della memoria e della percezione diventano apparizioni rarefatte, frammenti, deformazioni visive, luoghi di indeterminatezza ed enigma. Forse certi barbaglìi di colore che fuoriescono a volte da quella mistura di pigmenti e di garze che come un velo tutto riveste costituiscono pretesto per frantumare l’accento monocromo prevalente. Come accade nella nebbia d’inverno sulle spiagge di quella piccola patria romagnola che Pipani non dimentica, e che, anzi, ama evocare nel riannodare quelle radici marinare e quell’umile professare di mestieri che sono appartenuti alle sue radici.

L’opera su carta diviene territorio privilegiato. Ma anche gli altri supporti, le tavole, le tarlatane, le lastre, gli acetati si trasformano in un vasto campo operativo assimilabile alla pagina. Nella quale con una frenesia misurata Pipani riversa energie e sentimenti, forzando confini disciplinari e immergendosi in codici visivi con la precisa volontà di sovvertirli. Le parole scritte emergono come incisioni sulla pelle del tempo che scorre sui supporti, fuoriuscendo sui muri, mentre il segno minerale lasciato dalla matita o dai pigmenti sulla carta conserva un tracciato accidentato e prezioso come la vita nascosta che è evocata.

Le direzioni sono aperte e brucianti, anche nella soluzione installativa esperita nell’aula dell’oratorio di S.Rocco a Gatteo dove Pipani capta il limite estremo del reale. Ogni albero è lo specchio di un’anima, ogni segno corrisponde a un nome, a una memoria, a un’avventura di chi si è inabissato o perduto nell’olocausto contemporaneo del Mediterraneo. Un alfabeto delle attese che tamponano le cadute della vita e gli smarrimenti.

 

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