ANTROPOCENE
di Annamaria Bernucci 
 
Con Antropocene Mauro Pipani è andato alla ricerca di un possibile profilo del paesaggio contemporaneo iniettando nel suo intervento site specific alla Biennale del Disegno un sottile quanto perturbante pensiero ecologico. 
Il mondo manifesta una mistica naturale che si è rovesciata. L’antica grammatica in cui trovava un tempo rifugio la lingua delle pietre, degli alberi, degli animali, forse, non esiste più.  La stessa natura da cui si è imparato a leggere la trama di una infinita scrittura, indecifrabile nelle sue articolazioni è ora resa artificiale. E il paesaggio che è insieme luogo della vista e della memoria ha smarrito molti dei suoi sentieri, gli stessi a cui i pittori e i poeti avevano saputo attingere con la forza della mimesis o con luce dell'idealizzazione. Ora siamo e rimaniamo attori e spettatori di nuovi paesaggi e diverse contemplazioni. Spostando l'accento dalla specificità del linguaggio scientifico, Pipani posa lo sguardo su una nuova consapevolezza visiva in cui l'antropocene, cioè l'era geologica in cui l'ambiente terrestre è ormai da tempo condizionato dagli effetti devastanti dell'azione umana, plasma la superficie non solo del pianeta ma della nostre percezioni, delle nostre empatie con il paesaggio. 
Cinerini sono i pigmenti da lui impiegati che avvolgono le sembianze della natura, i residui delle esistenze che furono, 
le varietà vegetali che erratiche si spostano sulle superfici rugose dei grandi teli che Pipani ha punteggiato di segni e parole, artifici calibratissimi per mantenere viva metaforicamente la tensione tra il mondo naturale e la civiltà che ha corrotto a scala globale il sistema; purificati da una combustione che ne ha tuttavia preservato la struttura, esili tronchi, come vessilli,
si impiantano a terra alla ricerca di radici perdute, in una immaginaria riforestazione. Si resta in ascolto, natura e paesaggio parlano ancora. C'è da domandarsi se sono ancora un calco dell'anima.
www.biennaledisegnorimini.it/