VELDA PONTI
Trame di Luce
Mostra a cura Mauro Pipani
Brisighella 2025
L’opera pittorica di Velda Ponti, si sviluppa all’interno di una ricerca espressiva profondamente legata alla dimensione interiore ed emotiva dell’esperienza umana, ma al tempo stesso aperta al confronto con alcune delle più significative figure artistiche europee del secondo Novecento. La sua produzione non si configura come una semplice rappresentazione della realtà visibile, bensì come una rielaborazione soggettiva del mondo, in cui forma e colore diventano strumenti privilegiati di indagine psicologica ed esistenziale. La mostra dedicata a Velda Ponti articolata negli spazi della galleria Dal Monte e nelle sale del Museo Ugonia di Brisighella, si propone come un’occasione di rilettura critica e poetica di un percorso artistico sviluppato con autonomia e coerenza. A partire dal titolo Trame di luce, ho voluto richiamare la sensibilità dell’artista verso la percezione luminosa e la tensione atmosferica, elementi fondamentali nella sua pittura. Fin dagli esordi, già negli anni sessanta la sua pittura rivela un attenzione alla percezione del reale non in senso figurativo classico ma attraverso tracce e vibrazioni luminose di eccellenza pittorica, campiture e stesure volumetriche ad ampio respiro poetico. Uno degli elementi centrali della pittura di Velda Ponti è l’uso del colore come linguaggio autonomo. Le cromie non rispondono a criteri rigidamente naturalistici, ma assumono un valore simbolico ed espressivo, capaci di tradurre sulla superficie pittorica emozioni, tensioni e stati interiori. Le tonalità e le campiture più accese contribuiscono a creare atmosfere sospese e silenziose, in cui il tempo sembra dilatarsi. Il colore non ha dunque una funzione puramente descrittiva, decorativa, ma partecipa in modo attivo alla costruzione del significato dell’opera. Le composizioni si presentano equilibrate ma mai statiche: gli spazi sono essenziali e spesso aperti, capaci di evocare un senso di attesa profondità prospettica e raccoglimento. Le figure, quando presenti, appaiono introverse e isolate, scarnificate, immerse in una dimensione meditativa. Attraverso queste scelte formali, Velda Ponti indaga la condizione umana, soffermandosi su temi universali come la solitudine, l’incomunicabilità , il tempo interiore e il rapporto tra individuo e ambiente.
Dal punto di vista stilistico, la sua ricerca si colloca in una zona di confine tra figurazione ed espressione gestuale, evitando sia il realismo descrittivo sia l’astrazione totale. In questo contesto assume particolare rilievo la collaborazione con il gruppo CoBrA (Copenhagen, Bruxelles, Amsterdam), movimento artistico europeo che privilegiava un’espressione spontanea, istintiva e fortemente emotiva. Dal contatto con l’esperienza CoBrA, che si configurava con una pittura regressiva, segni liberi, rifiutando regole tradizionali e figure come Asger Jorn, Karel Appel trasmettono a Velda Ponti una maggiore libertà del gesto pittorico ed una concezione della pittura come atto immediato e vitale; tuttavia, questa componente istintiva viene sempre mediata da una sensibilità lirica e da un controllo compositivo che impediscono la dispersione formale.
Considerando che in quegli anni essere una pittrice donna significava combattere preconcetti e piccole mentalità, farsi strada in un mondo molto chiuso per la figura artista femminile, ma il suo talento oltrepassa le barriere della provincialità romagnola. Velda Ponti ha sempre concepito la pittura come uno spazio di libertà dove il gesto il colore diventano strumenti introspettivi e affermazione del se, come donna artista ha trasformato le difficoltà di visibilità e riconoscimento in una forza creativa .
Altro riferimento nel suo percorso artistico è il rapporto artistico con Mattia Moreni, figura centrale dell’arte italiana del Novecento. Da Moreni Velda Ponti sembra trarre l’idea della pittura come spazio di tensione emotiva e come strumento di esplorazione dell’inquietudine contemporanea. Tuttavia, mentre l’opera di Moreni tende spesso a esiti più drammatici e materici, Velda Ponti rielabora tali stimoli in una direzione più raccolta e introspettiva, orientata verso il silenzio e la riflessione piuttosto che verso il conflitto diretto con la materia, distaccandosi completamente dall’esperienza pittorica moreniana più violenta.
È giusto attribuire a Moreni (incontrato nella stessa Brisighella) il merito di aprire più orizzonti alla giovane artista dandogli la forza di un nuovo linguaggio in un territorio dove dominava una concezione pittorica classica dell’arte e consentendole così di esprime il proprio talento pittorico; i due artisti collaborarono insieme per un breve periodo, influenzandosi a vicenda; “… Moreni mi ha dato il gesto io ha lui il colore ...” * un affermazione incisiva icastica, che getta nuova luce sulla ricerca di entrambi e consente di inquadrare l’opera di Velda all’interno di un contesto storico-artistico ampio, senza però ridurla a semplice derivazione. La sua pittura mantiene infatti una voce autonoma, riconoscibile per misura, intensità emotiva e coerenza linguistica. Le sue pennellate policrome e dense creano rilievi materici disgregandone la figura una pittura intensa, Velda Ponti ha costruito una voce pittorica coerente e personale una pittura di verità interiore. Le opere esposte, che fanno parte di una donazione al Comune di Brisighella e della collezione del nipote Fabrizio Naldi, a cui Velda era particolarmente legata, ci evidenziano un respiro internazionale, pur essendo nate in un piccolo borgo ricco di spiritualità emotiva, bellezza territoriale e di storia; tutta la sua preparazione intellettuale di pensiero e la sua tecnicità pittorica e simbolica la conducono verso sentieri non provinciali (pittoricamente parlando) essendo lei stessa aperta al mondo pittorico contemporaneo anche se nella sua produzione è intrinseco il rapporto con il territorio. Il paesaggio collinare, la dimensione intima del borgo e il legame con una natura ancora autentica influenzano profondamente il suo immaginario visivo. Non si tratta di una rappresentazione topografica del luogo, ma di una trasfigurazione poetica del paesaggio, che diventa spazio mentale e simbolico. Il fatto che Velda Ponti sia nata e vissuta gran parte della sua vita a Brisighella rafforza l’idea di una continuità profonda tra esperienza di vita, identità territoriale e ricerca artistica.
All’interno della sua produzione emergono alcuni temi ricorrenti che contribuiscono a definirne l’unità espressiva. Il silenzio è uno degli elementi più evidenti: le sue opere invitano a una fruizione lenta e contemplativa, lontana dalla spettacolarità e dalla narrazione esplicita. Accanto a questo si sviluppa il tema della solitudine, intesa non come isolamento negativo, ma come condizione necessaria alla riflessione e alla consapevolezza di sé. Centrale è anche il rapporto uomo-natura, rappresentato come dialogo armonico e come luogo di equilibrio emotivo.
Ancora alcune riflessioni sull’opera di Velda Ponti che si distingue per la profondità della ricerca, per la capacità di coniugare istinto e controllo formale e per il forte legame con il territorio di origine. La sua pittura propone una visione dell’arte come spazio di ascolto e introspezione, in cui l’esperienza personale si trasforma in linguaggio universale, capace di dialogare con le principali istanze artistiche del suo tempo senza mai perdere la propria identità. Trame di luce è dunque un invito a sostare ad osservare in profondità, a percepire il tempo la materia e la luce che attraversano le opere di Velda Ponti, rivelando una pratica artistica rigorosa, sensibile ed ancora profondamente attuale, che cattura, avvolge, ci chiama e racconta la sua disperata dolcezza.
* Velda Ponti, Catalogo Electa 1999, a cura di Alberto Fiz
SOSTE. di impulsi, flussi e bestie
Asia Galeati
Alice Neri
Esmeralda Spada
A cura di Mauro Pipani - esposizione nell'ambito del Progetto TRANSITI BRISIGHELLA
SOSTE
Il reale non è ciò che è, ma ciò che diviene” Gilles Deleuze
Soste. Di impulsi, flussi e bestie, all’interno del Progetto “Transiti”, si configura come una struttura espositiva che assume la sospensione come condizione operativa piuttosto che come interruzione. La sosta diventa qui una soglia metodologica: un regime di rallentamento che intensifica la percezione e rende leggibili processi normalmente dispersi nel flusso. La struttura a doppia sede - Museo Civico di Brisighella e Galleria Dalmonte - non introduce una frattura, ma un campo espanso, una geografia discontinua in cui le opere attivano relazioni a distanza. In questo sistema distribuito, impulsi e flussi operano come vettori, mentre la dimensione “bestiale” agisce come forza non codificata, capace di destabilizzare i dispositivi di visione e di sottrarre l’immagine a una lettura univoca. Le pratiche di Asia Galeati, Alice Neri ed Esmeralda Spada si inseriscono in questo contesto come tre linee di ricerca che interrogano la forma nella sua instabilità e nei suoi processi di emergenza. Galeati lavora sull’archivio come materia instabile, sottraendolo alla funzione conservativa per attivarne le potenzialità trasformative. Le immagini, rielaborate e stratificate, perdono la loro funzione testimoniale per diventare superfici operative in cui il paesaggio si configura come costruzione temporale, attraversata da memorie che si depositano e si riscrivono. Neri affronta la forma come esito provvisorio di dinamiche di mutazione continua. La sua pratica si colloca in una zona di interferenza tra organico e artificiale, dove la materia pittorica dialoga con logiche proprie dell’immagine tecnologica. Ne derivano configurazioni instabili, in cui la trasformazione non è rappresentata ma incorporata nel processo stesso. Spada introduce un dispositivo di traduzione che mette in relazione fenomeni elettromagnetici e percezione sensibile. Il suo lavoro opera su una soglia tra dato e interpretazione, evitando tanto la visualizzazione scientifica quanto la deriva simbolica, per costruire un campo ibrido in cui umano e non umano entrano in risonanza. L’allestimento si sviluppa come una struttura reticolare, priva di gerarchie, in cui le opere non sono isolate ma interdipendenti. Lo spettatore è chiamato a muoversi all’interno di questo sistema come elemento attivo, modulando tempi e intensità dell’esperienza, sostando nei punti di maggiore densità. All’interno di “Transiti”, Soste si definisce come una zona di condensazione: un momento in cui il movimento si rende percepibile attraverso la sua dilatazione, e in cui il rallentamento diventa strumento critico per leggere le dinamiche in atto. In questo quadro, il riferimento a un contesto territoriale decentrato si apre a una prospettiva più ampia, che attraversa molte geografie europee. Storicamente, è proprio al di fuori dei centri egemonici che si sono generate alcune delle discontinuità più significative: contesti marginali, o percepiti come tali, hanno spesso favorito pratiche meno vincolate, capaci di svilupparsi in modo laterale rispetto alle narrazioni dominanti. Dalle avanguardie che hanno trovato terreno fertile lontano dalle capitali culturali, fino a molte esperienze contemporanee, la provincia si rivela non come ritardo, ma come spazio di scarto e possibilità. In questa prospettiva, la distanza dai grandi poli non implica isolamento, ma ridefinizione delle condizioni di produzione e di visibilità. Si delinea così una costellazione diffusa di luoghi in cui la ricerca artistica può sottrarsi alle logiche di accelerazione e di standardizzazione, trovando nel tempo lungo, nella specificità dei contesti e in una certa opacità sistemica un margine di libertà. È in queste zone intermedie, spesso trascurate dalle geografie ufficiali dell’arte, che emergono oggi alcune delle traiettorie più interessanti della scena europea: pratiche che non inseguono il centro, ma lo aggirano, producendo linguaggi autonomi e inattesi.
Mauro Pipani_2026
NOI
per ES NOVA
In un passato non molto distante, ho avuto il piacere di collaborare con il gruppo Es Nova a un progetto dal titolo AER, di cui sono stato l’ideatore. Il progetto è stato approvato nell’ambito di Arte Fiera Art City Bologna, in collaborazione con la Galleria Primo Piano di Rimini, che, in via delle Belle Arti, mise a disposizione lo spazio espositivo.
Ricordo questa esperienza come davvero coinvolgente, con una forte partecipazione di pubblico. Le installazioni artistiche sonore sono espressioni potenti che trasportano l’osservatore in un’altra dimensione, in un multiverso parallelo, in uno sfasamento temporale del presente che crea uno spazio visivo nuovo.
In questo nuovo progetto, Erica Agostini, componente degli Es Nova e da tempo legata artisticamente alla fotografia, esegue e propone in galleria dodici scatti fotografici, creando una sequenza di un ritratto in movimento inserito in un paesaggio collinare completamente al buio. Il risultato delle immagini appare, tra segni, illuminazioni e visioni introspettive, in una diversa spazialità cosmica, portando l’osservatore ad una profondità intima personale che, se raggiunta, apre ad una riflessione sul proprio mondo interiore.
Ancora una volta, l’uomo e il paesaggio, legati in una sintonia sacrale e indissolubile alla nostra vita, ci appaiono fotografati insieme nel buio. Così ci svelano le nostre distorsioni interiori, proprio come forse accade nella realtà più intima della nostra esistenza, nei nostri abissi più profondi.
L’esperimento fotografico in notturna è un tema poco approfondito nella letteratura fotografica. Si tratta di una tematica tecnicamente complicata, una disciplina chiamata in gergo fotografico.. light painting, che risale al 1800 e viene attribuita al francese Étienne-Jules Marey. Gli scatti di Erica ci rimandano a queste antiche prime sperimentazioni alchemiche, sulle tracce del movimento della luce nel buio. Ma l’aspetto più “controverso” e, se vogliamo, significativo, è che l’artista non fotografa qualcosa, anche se apparentemente accade, ma il suo scatto fotografico ritrae il buio stesso.
Anche lo stesso Man Ray, nei primi del Novecento, rimase affascinato dal light painting, realizzando molteplici autoritratti al buio. Lo stesso Picasso, con una piccola fonte luminosa, disegnò nell’aria al buio, creando così i celebri "disegni di luce" di Pablo Picasso, immortalati dal fotografo Gjon Mili.
Vorrei aggiungere, senza scendere troppo nella tecnicità dello scatto fotografico e della fotografia (Je suis un peintre de paysages abstraits contemporains), che Erica, aggiunge in questo progetto quello che è la sua valenza di sperimentatrice del suono della voce e qui nevitabilmente, la mia memoria non può far altro che andare all'indietro per ricordare il grande Demetrio Stratos, che coltivò un’importante esperienza solista con la voce.
Erica, assieme ad Alice Drudi e a Nicola Rosti, ottimo compositore contemporaneo e strumentista, costruiscono in sinergia, le tracce sonore del pianoforte a coda in sala di incisione, per compiere e concludere armonicamente questo progetto sensoriale, in cui ognuno è necessario all’altro.
La musica e il suono, in galleria, si avvicendano su tre punti sonori diversi e, a ogni punto dello spazio attraversato dal visitatore, l’ascolto muta, mentre le immagini diventano parte integrante di un’unica visione sensoriale.
Il significato intrinseco del progetto, racchiuso nel titolo "NOI", come unità di ascolto e visione di immagini fotografiche, ci guida verso mutazioni e paesaggi mentali, ma anche verso un’unità progettuale in cui gli artisti lavorano in sinergia, in una pura amicizia artistica di perfetta integrazione.
Sappiamo molto bene come, in questo contesto storico, l’amicizia e gli scambi di esperienze tra le diverse discipline artistiche siano sempre più rari. Ognuno è chiuso nel proprio studio o nel proprio "quadrato", coltivando la propria individualità, senza considerare che la crescita artistica personale è fatta di ben altro: di integrazione, scambio, collaborazione e dibattito tra generazioni a confronto.
La storia dell’arte più “antica” ce lo insegna ragionevolmente.
Mauro Pipani _2025
Germinazioni
Germinazioni di ossidi su pigmenti garze,processi chimici di ossidi
Che nel tempo hanno creato alterazioni alchemiche
ricordano la crescita e lo sviluppo floreale come la stessa
nostra anima che muta nella sua crescita personale in ognuno di noi,in divenire; nello spazio temporale,una visione intima simbolica della natura, rappresentazioni visive portatrici di significati legate al ciclo della vita alla trasformazione dell’esperienza emotiva.una rappresentazione e relazione tra materia e la vita vegetale in maniera viscerale e tangibile che si sviluppa nel tempo di ogni attimo.
AVANT
LA FLEUR
“Prima del fiore" avant la fleur. Una metafora, della vita stessa, velata, un simbolo in attesa,di potenzialità in crescita in divenire, L’immagine di un fiore non ancora sbocciato ma che esprime la volontà di fiorire si annuncia si sdoppia, disvela la sua materia ancora assopita, quasi assente e silente in profondità.
Un'assenza ma che già esprime osservandola un attenta riflessione sensoriale attraverso una cruda stratificazione del pensiero artistico, prima del fare il non fare, la vita stessa, in un certo senso, è un continuo passaggio dal “prima del fiore”.
PHYDIGITAL
Michele Farina
È ormai risaputo che l’influsso della tecnologia sull’arte sia una caratteristica imprescindibile. Si pensi che fin dalla sua comparsa, si è sempre più inserita nella produzione artistica, insinuandosi nelle differenti sperimentazioni dell’arte e coinvolgendo un numero sempre maggiore di artisti, spesso giovanissimi ma anche meno giovani. Tuttavia, è importante sottolineare come, in questo particolare momento storico, con grande sorpresa, il “tradizionalismo” della pittura non perda affatto il suo fascino ancestrale ma anzi ne conquisti gli aspetti più reconditi e impenetrabili.
Michele Farina, un giovanissimo artista italiano, colpisce e sorprende per la sua capacità di combinare l’arte della pittura con la fotografia e la conoscenza tecnologica, con una particolare attenzione nei confronti del digitale e dell’interattivo. Spesso, nel suo lavoro artistico, sono utilizzati sensori led, luci al neon e sono costruite macchine che tracciano un segno umano, ponendo la tanta discussa questione sull’intelligenza artificiale e su tutto quello che essa comporta, circuiti elettronici, schemi digitali, pixel, etc.
Nell’attività artistica di Farina, l’utilizzo della tecnologia è perennemente in evidenza ed è ciò che caratterizza maggiormente il suo “fare artistico” contemporaneo. Egli giunge all’utilizzo di queste nuove tecnologie a seguito di un percorso di studi accademici classici e studi di design, dopo aver collaborato con alcune aziende italiane di alto livello. La sua ricerca artistica si caratterizza quindi per questo continuo rapporto tra arte e tecnologia che sta influenzando sempre più la nostra vita e la percezione che abbiamo del mondo esterno.
Già negli anni settanta, un artista veneziano, Fabrizio Plessi, presentando le sue prime video-installazioni a Torino con elementi mobili e monitors, riuscì ad introdurre in modo preponderante la tecnologia nell’opera d’arte, “raccontando” il contemporaneo con strumenti non convenzionali, rendendoci partecipi di un metaverso. Tutto ciò evidenzia il grandissimo potenziale di interazione tra arte tradizionale e arte contemporanea.
È proprio questo aspetto, che trova in Michele Farina un humus fertilissimo, in quanto la sua giovane “ricerca”, dopo avere “attraversato” una parte della tradizione accademica si getta improvvisamente in un multiverso artistico del tutto innovativo.
Phydigital è una mostra, un allestimento che rappresenta un mondo di transizione tra il reale e il digitale, gettando un ponte tra l’universo del pixel e quello degli atomi. Farina sceglie questo tipo di linguaggio per avviare un’opportuna discussione critica sui rischi e sulle potenzialità del mondo digitale che comunque, a mio parere, non può prescindere dal “fare artistico” tradizionale; potrei dire che i due “linguaggi” possono in qualche modo coesistere e dare luogo ad una individuale libertà interiore e ad un arricchimento reciproco.
Michele Farina, in un certo senso, annulla la tecnicità classica ma lo fa dopo averla affrontata, studiata e quindi non escludendola a priori; questa caratteristica lo rafforza nella sua ricerca tecnologica aprendosi ad una vera e propria “odissea” di libertà espressiva. La sua macchina del segno crea uno spaesamento temporale, uno sfasamento, una sorta di “Blade Runner” per cui l’essere umano diventa protagonista di un nuovo umanesimo.
Mauro Pipani_2024
NOI
per ES NOVA
In un passato non molto distante, ho avuto il piacere di collaborare con il gruppo Es Nova a un progetto dal titolo AER, di cui sono stato l’ideatore. Il progetto è stato approvato nell’ambito di Arte Fiera Art City Bologna, in collaborazione con la Galleria Primo Piano di Rimini, che, in via delle Belle Arti, mise a disposizione lo spazio espositivo.
Ricordo questa esperienza come davvero coinvolgente, con una forte partecipazione di pubblico. Le installazioni artistiche sonore sono espressioni potenti che trasportano l’osservatore in un’altra dimensione, in un multiverso parallelo, in uno sfasamento temporale del presente che crea uno spazio visivo nuovo.
In questo nuovo progetto, Erica Agostini, componente degli Es Nova e da tempo legata artisticamente alla fotografia, esegue e propone in galleria dodici scatti fotografici, creando una sequenza di un ritratto in movimento inserito in un paesaggio collinare completamente al buio. Il risultato delle immagini appare, tra segni, illuminazioni e visioni introspettive, in una diversa spazialità cosmica, portando l’osservatore ad una profondità intima personale che, se raggiunta, apre ad una riflessione sul proprio mondo interiore.
Ancora una volta, l’uomo e il paesaggio, legati in una sintonia sacrale e indissolubile alla nostra vita, ci appaiono fotografati insieme nel buio. Così ci svelano le nostre distorsioni interiori, proprio come forse accade nella realtà più intima della nostra esistenza, nei nostri abissi più profondi.
L’esperimento fotografico in notturna è un tema poco approfondito nella letteratura fotografica. Si tratta di una tematica tecnicamente complicata, una disciplina chiamata in gergo fotografico.. light painting, che risale al 1800 e viene attribuita al francese Étienne-Jules Marey. Gli scatti di Erica ci rimandano a queste antiche prime sperimentazioni alchemiche, sulle tracce del movimento della luce nel buio. Ma l’aspetto più “controverso” e, se vogliamo, significativo, è che l’artista non fotografa qualcosa, anche se apparentemente accade, ma il suo scatto fotografico ritrae il buio stesso.
Anche lo stesso Man Ray, nei primi del Novecento, rimase affascinato dal light painting, realizzando molteplici autoritratti al buio. Lo stesso Picasso, con una piccola fonte luminosa, disegnò nell’aria al buio, creando così i celebri "disegni di luce" di Pablo Picasso, immortalati dal fotografo Gjon Mili.
Vorrei aggiungere, senza scendere troppo nella tecnicità dello scatto fotografico e della fotografia (Je suis un peintre de paysages abstraits contemporains), che Erica, aggiunge in questo progetto quello che è la sua valenza di sperimentatrice del suono della voce e qui nevitabilmente, la mia memoria non può far altro che andare all'indietro per ricordare il grande Demetrio Stratos, che coltivò un’importante esperienza solista con la voce.
Erica, assieme ad Alice Drudi e a Nicola Rosti, ottimo compositore contemporaneo e strumentista, costruiscono in sinergia, le tracce sonore del pianoforte a coda in sala di incisione, per compiere e concludere armonicamente questo progetto sensoriale, in cui ognuno è necessario all’altro.
La musica e il suono, in galleria, si avvicendano su tre punti sonori diversi e, a ogni punto dello spazio attraversato dal visitatore, l’ascolto muta, mentre le immagini diventano parte integrante di un’unica visione sensoriale.
Il significato intrinseco del progetto, racchiuso nel titolo "NOI", come unità di ascolto e visione di immagini fotografiche, ci guida verso mutazioni e paesaggi mentali, ma anche verso un’unità progettuale in cui gli artisti lavorano in sinergia, in una pura amicizia artistica di perfetta integrazione.
Sappiamo molto bene come, in questo contesto storico, l’amicizia e gli scambi di esperienze tra le diverse discipline artistiche siano sempre più rari. Ognuno è chiuso nel proprio studio o nel proprio "quadrato", coltivando la propria individualità, senza considerare che la crescita artistica personale è fatta di ben altro: di integrazione, scambio, collaborazione e dibattito tra generazioni a confronto.
La storia dell’arte più “antica” ce lo insegna ragionevolmente.
Mauro Pipani _2025
Germinazioni
Germinazioni di ossidi su pigmenti garze,processi chimici di ossidi
Che nel tempo hanno creato alterazioni alchemiche
ricordano la crescita e lo sviluppo floreale come la stessa
nostra anima che muta nella sua crescita personale in ognuno di noi,in divenire; nello spazio temporale,una visione intima simbolica della natura, rappresentazioni visive portatrici di significati legate al ciclo della vita alla trasformazione dell’esperienza emotiva.una rappresentazione e relazione tra materia e la vita vegetale in maniera viscerale e tangibile che si sviluppa nel tempo di ogni attimo.
VESTIGIA
Andavo spesso a trovare i miei nonni paterni da ragazzetto, abitavano nel centro storico del paese, Cesenatico.
La loro casa era nel corso principale, davanti al teatro seicentesco allora andato in rovina per i bombardamenti della guerra nazifascista. In quei momenti spensierati della mia fanciullezza avevo modo di fare amicizie con i ragazzi di quel quartiere: “Ponente”, Il più marinaresco del paese.
Avevo numerosi amici e quando ci ritrovavamo era nostra abitudine andare “a teatro". La sua facciata era abbastanza integra, si poteva entrare liberamente, passando dal retro.
All’ interno tutto era distrutto, ovunque vi erano cumuli di macerie e residuati bellici: territorio conteso da gatti e topi.
Giocavamo alla guerra con fucili di legno.
Il ricordo della guerra era ancora molto vivo ed il teatro in rovina evocava questo drammatico evento, con le figure dipinte sui drappi seicenteschi del sipario, ormai strappati, sfilati, delavati e sfibrati.
In quel luogo irreale entrai in contatto per la prima volta con dipinti di barche e vele, che fra le macerie si caricavano, ancora di più, di una drammaticità antica: stracci nelle rovine della guerra.
Il teatro, per noi ragazzi del quartiere, figli del dopoguerra, ha rappresentato il luogo dove far vivere la nostra gioiosa spensieratezza nel gioco, ma al tempo stesso era anche il luogo in cui la drammaticità della guerra, seppur passata da oltre un decennio, era ancora profondamente viva.
er quanto mi riguarda, non so per quale straordinaria attrazione, vivevo quei pomeriggi alla ricerca di brandelli dei dipinti del velario strappato e sepolto sotto le macerie del palcoscenico.
Tentavo, dove era possibile, con i pezzi ritrovati, di ricostruire storie di navigazione, di viaggio, di pesca, almeno con la fantasia.
Alla sera poi coi familiari mi piaceva raccontare ed ascoltare il nonno, che parlava di parenti nostri, prima di noi venuti da Spalato con il nostro cognome. Forse pensavo erano quei signori che vedevo nei dipinti, o meglio in ciò che rimaneva dell’antico velario.
Cercavo, pertanto, di immaginare questi miei antenati arrivare, con grandi Trabaccoli, da chissà quali porti lontani e scampati a chissà quali terribili e nefaste avventure.
Il nonno dipingeva per passatempo.
Ho ancora ben presente la sua cassetta color noce con dentro tutti gli strumenti necessari ed un suo quadro, ancora in mio possesso, di una natura morta con frutti.
Avevo l’onore, ogni tanto, di accedere alla sua camera e lui mi illustrava i suoi piccoli lavori, che ammiravo con grande attenzione .
Venivo rapito anche dai pochi libri d’arte molto consumati, che possedeva e da una bibbia con scritture in latino e disegni con rifiniture in oro.
Credo che l’educazione ricevuta in quel periodo in cui l’ostentazione delle cose materiali non era un valore, bensì lo era il rispetto delle cose semplici e la ricerca e lo stupore per il bello in ciò che era lì a portata di mano, sia stata determinante per la mia formazione e che abbia forgiato la mia sensibilità artistica cosi come l’arte che studiai molti anni dopo, in maniera più consapevole.
Ora in collina ad Oriola mi sono portato l’odore salmastro dei miei luoghi fatti di solitarie nebbie invernali e di luminose estati che si ripetono.
Le finestre della mia casa studio, sono rivolte al mare ed anche se non lo vedo, lo sento nelle mattine d’estate, illuminato dalle prime luci dell’alba e nelle fredde sere d’inverno, immaginando ancora quei marinai che spiaggiano di notte sulla mia costa alla ricerca di una nuova vita.
Le mie opere attuali si formano con sovrapposizioni di cenci, stracci e carte che sciupo lavorandole Incidendo segni di luoghi, di memorie, scritture di pensieri, piccoli racconti e paesaggi inesistenti.
Stracci “nobili" come quelli che trovavo da ragazzetto giocando nel teatro distrutto del mio paese, che portavano i segni, le decorazioni e le cuciture delle vele sfibrate di quegli uomini antichi avventurieri del mare.
Il mio mondo ha un filo sotterraneo, che lega tutta la mia vita anche a quelle terre lontane, che non conosco ma che sono cosi vicine, fatte di sale e di vento .
Ho recentemente prodotto un lavoro dal titolo “30 cartoline dalla costa" per inviare metaforicamente i miei messaggi a quelle città, di Spalato, di Zara e di Pola, che dall’altra parte del mare ci guardano e mi fanno sentire lontano da casa con sentimenti a volte struggenti, dove curiosamente gli anziani parlano il dialetto veneziano a testimonianza di antiche guerre e di ritrovate fratellanze.
Nei miei lavori è presente quindi la mia terra, la costa adriatica, solcata dai binari della ferrovia che da Trieste a Rimini seguono le tracce degli ori e dei blu di Bisanzio; terra lambita dall’Adriatico, che congiunge, e non divide, differenti culture unite da trame leggere e da trasparenti sovrapposizioni.
Mauro Pipani_2019
Raccontare
in uno scatto
il binomio
uomo cane
La fotografia di Angela Anzalone il connubio cane ed essere umano. È una tematica che esplora l’intima relazione fra l’uomo ed il suo più antico compagno. Concentrandosi nello scatto fotografico di rimandare allo spettatore l’affetto reciproco la fedeltà, sulla diverse specie, ma anche nei tagli di luce e nelle ambientazioni, sulle estrazione sociale dove l’umano viene rappresentato, che ne caratterizza un significato diverso di ogni scatto. Spesso vengono rappresentati momenti di quotidianità intima silenziosa cruda, che i due mondi, uomo e cane rappresentano pur tuttavia una unione li accomuna in una sottile somiglianza di espressione.
Il cane vive in una simbiosi che va oltre la parola detta dall’uomo ma interpreta anche gesti, gioie, alienazioni nevrosi del quotidiano della vita stessa di ogni giorno, cosi mi viene da pensare che questa tematica sul cane anche nella pittura è stata rappresentata da diversi artisti per citarne. In assoluto, che ha rappresentato la drammaticità equiparandolo all’essere umano è Francis Bacon, le sue tele che rappresentano il cane riportando a tale eguaglianza l’alienazione uomo - cane. Tornando al lavoro della Anzalone nei suoi circa 15 scatti esposti invece c'è una sottile predilezione ad una sorta di strana quiete che nasconde in maniera sottile il dramma della malinconia dell’essere umano, una fotografia esistenzialista dettata anche dagli spazi abitativi dove vengono inserite le due figure ,quindi non ci si trova davanti ad osservare scatti di reportage fotografico come spesso oggi succede, ma scatti interpretativi che l’artista filtra con la sua sensibilità. In questo meritevole progetto, il cane diventa un identità dell’essere umano, un riflesso del suo stato e della sua condizione di vita .
La Anzalone frequenta fuori corso le lezioni di Guido Guidi, artista fotografo di grande livello internazionale e ne trae benefici sicuramente nelle sue interpretazioni, ma vorrei aggiungere che sicuramente, guarda anche con osservazione il paesaggio le tematiche di Ghirri che interpreta immagini malinconiche sul territorio del paesaggio, una malinconia seppur mascherata come i sorrisi nelle immagini delle figure della Anzalone, immagini anche felliniane di cui il grande maestro segna la sua terra.
La Anzalone in questi scatti raccoglie i suoi studi gli sguardi dei gran di fotografi del territorio per farne poi un suo linguaggio autonomo. La sua sensazionale sensibilità si configura in questo progetto, la sua maturità artistica di fotografa è evidente e segna, il suo icastico cammino.
Mauro Pipani _ottobre 2024
Alla base della nostra percezione di un paesaggio che“Frana”
c'è un processo spirituale.
Cos'è una frana? Questa parola dal suono potente e drammatico che entra fragorosa nella mente di un essere umano al solo pensarla, immaginarla, La frana, dal latino frangere. indica una rottura una caduta una perdita, una crepa profonda, che produce mutamenti, spostamenti. stravolgimenti degli assetti originari.
Frana ciò che raggiunge un punto di non ritorno. ciò che non può più essere nello stato in cui si trova, per pressioni esterne o sommovimenti interni, a noi, un cambiamento un nuovo paesaggio esteriore interiore un nuovo rispecchiamento del nostro guardare vedere ascoltare; è questo un concetto che dal macro-geologico si può trasferire all’uomo in quanto essere che abita il mondo, seduto su un terreno potenzialmente e perennemente“franoso” instabile disancorato, in movimento silente, per sua intima natura. Un evento distruttivo dal quale tuttavia è possibile ripartire per una ricostruzione radicale, cercando di mantenere una costante visione delle essenze vitali del nostro pensiero dai detriti deI passato dalla frammentazione della memoria, ricostruire il nostro nuovo paesaggio interno ed esterno implica raccogliere i granelli più leggeri della “nostra frana” guardarli sentirli ascoltarli per “lenire" il nostro pensiero e salvaguardare il futuro, in una dinamica in costante sviluppo, inarrestabile, vitale e nuovo.
Mauro Pipani_ 2019
La casa fiorita
La casa fiorita è un bagaglio di ricordi che porti con te, quando parti senza una meta vera o perlopiù sconosciuta.
Tutti noi migranti veri o inconsapevoli percorriamo il viaggio impervio della vita. Tutti noi migranti, abbiamo nell'anima una casa fiorita che è il simbolo del nostro segreto, che va scoperto ed ascoltato, mentre il viaggio si compie.
Mauro Pipani_ 2014
Il respiro
dello sguardo
Il fatto che oggi si parli sporadicamente dei rapporti di amicizia tra artisti, potrebbe sembrare poco rilevante, trascurabile nel mondo dell’arte contemporanea e di poco interesse. Ma se guardiamo indietro nel tempo, leggendo la storia dell’arte e della letteratura, si comprende bene quanto invece siano fondamentali e quanto siano forti le relazioni tra queste due forme espressive che corrono parallelamente sfumando, a volte, l’una nell’altra, alimentandosi reciprocamente. A tal proposito, in un panorama artistico contemporaneo, lontano da ogni decorativismo formale, mi piace ricordare Jannis Kounellis, icona dell’Arte povera che amava definirsi “un poeta muto, un pittore cieco, un musicista sordo”. È stato detto che i suoi disegni e i suoi schizzi dominati dal nero dell’inchiostro e del carbone, simboli della struggente malinconia della notte e dell’irrazionale richiamassero il mare nero cantato dal poeta simbolista Arthur Rimbaud. Del resto, come afferma lo stesso Kounellis “l’artista dialoga con tutta l’arte, ma poi ha i suoi prediletti”.
E così penso ad una poesia di Ferruccio Benzoni dal titolo “Creaturina di mare”, riletta di recente, che ha acceso in me un sinergismo pittorico non solo dal punto di vista emotivo ma anche da quello più propriamente descrittivo e sensoriale, in linea appunto con questo mio progetto artistico. Il “profumo” del paesaggio, dei luoghi marittimi del litorale romagnolo ha intriso in modo profondo l’esistenza e l’attività artistica di chi in questi luoghi ha vissuto, dando vita ad una sorta di geografia sensoriale della memoria che si va a ricreare in queste mie opere.
In un testo del 1976, Benzoni riferendosi alla mia pittura giovanile, ancora alla ricerca di un “linguaggio autentico”, ne parlava come di una situazione d’eclisse: “… posso solo dire come, dietro la tua vicissitudine formale, la tua folgorazione cromatica, un ragazzo intuisca quanta primavera sia sfiorita e, insieme, quanto rovello perché una rosa, nonostante tutto, abbia il suo colore”. A partire da questo momento, mi sono avvicinato sempre più alla poesia, da cui ho tratto “nutrimento” per il mio lavoro, traendone spunti, forza espressiva, non certo per rappresentare una “poesia visiva” bensì una pittura sensoriale lirica e astratta che è quella che mi rappresenta e che fa parte della mia essenza artistica.
La serie di carte intitolate “Creaturina di mare”, che ho realizzato appositamente per questa esposizione a Casa Pascoli, trasforma il mio vissuto, richiamato alla memoria, in ricerca artistica. In un momento storico in cui l’arte contemporanea si inabissa in un vuoto incolmabile di decorativismo estetico, questione risaputa da chi, a partire dagli anni settanta, ha seguito gli sviluppi dell’informale astratto, riconoscendone i veri protagonisti, sento, in quanto artista, la necessità di riconquistarne l’essenza, mettendone in luce una mia personale interpretazione. Come del resto ricorda Claudio Spadoni in un suo saggio, nelle mie opere si parla di rimandi a luci, riverberi, atmosfere, perfino ad odori e sensazioni, “tratti paesaggistici apparentemente “dimenticati” che tornano in pittura lasciando echi, corrispondenze, e infine tracce di un passato che in fondo non passa mai ”.
Tutto questo per riconfermare quanto la poesia e la pittura possano “contaminarsi”, così come le altre discipline artistiche tra loro, non più rinchiuse settorialmente. Ecco quindi che questa poesia di Benzoni “Creaturina di mare” raccoglie quel sentimento evocativo che porta l’artista ad immaginare il proprio “universo”; il ragazzetto sulla rena del mondo argenteo e sublime del mare fino al respiro dello sguardo, dove gli accadimenti si ripetono ciclicamente, seguendo le stagioni con vesti e linguaggi diversi e che l’artista sa cogliere rappresentando il suo “linguaggio” contemporaneo e quindi il suo tempo.
Mauro Pipani_maggio 2024