

ATTRAVERSAMENTI Nelle pieghe della materia
di Marisa Zattini
Nel panorama contemporaneo italiano, lʼopera di MAURO PIPANI si colloca in un territorio di confine in cui la pittura si trasforma in luogo di stratificazione, sedimentazione, memoria e attraversamento. Come in un ecosistema visivo dilatato, le superfici delle opere che lʼartista costruisce mediante sovrapposizioni di gessi, carte, pigmenti e frammenti eterogenei non appaiono mai come campi figurativi ancorati al reale, ma quali vere e proprie geografie interiori. È il tempo che pare modellare lʼidentità sensibile della sostanza pittorica e materica dove ogni elemento sembra emergere da un altrove dopo un lungo processo di decantazione.
Mauro Pipani affida alla stratificazione un ruolo centrale lasciando emergere sulla superficie le tracce di un paesaggio mentale continuamente in divenire.
Le opere sembrano pagine di un diario più volte rimaneggiato e riscritto. Lʼartista non racconta episodi ma convoca atmosfere. Le sue mappature rarefatte non vogliono orientare lo sguardo bensì offrirci un punto di stasi, di pausa e di silenzio in cui fermarsi. Il risultato è una sospensione poetica che sottrae lo spazio al dominio della descrizione per restituirlo allʼemozione percettiva.
La materia intesa come archivio conserva in lui una tensione evocativa, una memoria storica emozionale. Si tratta di atmosfere sospese e di frammenti che rimandano a un tempo intimo dellʼanima. La superficie diventa così un esemplare campo di resistenza dove ritrovare le proprie ferite, le proprie luci e le proprie ombre sedimentate nei ricordi.
Accanto a queste polarità si inserisce la questione della fragilità dellʼimmagine e dellʼoggetto rappresentato. Lo spazio che rammemora e commemora assume talora una dimensione liturgica: una piccola casa, la scala sul tetto, due cipressi accanto lʼuno allʼaltro, Yin e Yang di una vegetazione immaginaria. Segni, cancellature, interventi a grafite, sovrapposizioni di carte e tarlatane: grovigli di foglie e rami spezzati, sommatorie di gocce di pioggia o di schizzi delle onde del mare. Tutto sembra ricomporsi in ogni sua piccola opera, frammento di una dimensione che proprio nella delicatezza materica assemblata ci immerge in un tempo senza tempo. Un tempo perduto e ritrovato, come nellʼopera “Tutte le volte che guardo il mare”.
Attraverso un proprio personale linguaggio, egli costruisce un sistema di tracce, impronte, ichnos appunto che interrogano ci che resta dopo il passaggio del tempo presente.
In questa prospettiva, lʼopera di Pipani emerge come una voce distinta e riconoscibile: una pittura che non cerca lʼenfasi, ma lʼascolto; che non impone un significato, ma crea spazi di sospensione nei quali lo spettatore è invitato a sostare. Il suo lavoro si pone così come un ponte possibile tra la monumentalità tragica di certa arte contemporanea e una liturgia discreta dellʼessere, condividendo la volontà di restituire alla materia la capacità di farsi memoria.
Lʼopera diventa così un luogo di confine: tra passato e presente, tra presenza e cancellazione, tra oggetto e atmosfera.