ATMOSFERICA / Mauro Pipani
di Franco Bertoni

Mauro Pipani ha casa e studio nelle colline di Cesena. Qui il lavoro si mescola con il vivere in interni ed esterni che non hanno nulla di ricercato, di pretenzioso o di vanitoso, alla moda. Il tutto è, piuttosto, délabré e, cioè, non succube a regole precise ma piuttosto dominato da una atmosfera particolare, frutto di un rispetto per tante vicende precedenti amorevolmente miscelato con le ragioni e le richieste del presente. Qualche crepa, un intonaco scrostato o più volte ripreso e tracce di cemento, di vecchi pavimenti, di gradini in laterizio. Tinteggiature nuove non sopravanzano le vecchie e, anzi, sembrano già accettare un comune destino. Qua e là uno spazio di lavoro è protetto da grandi fogli di plastica semitrasparente che fanno vedere, intravedere o non vedere. Niente di ostentato ma piuttosto un qualcosa di rude ma sincero. Libri, oggetti e opere convivono in modo sparso. Tutto attorno, una natura che in certe stagioni può ancora essere commovente e, laggiù, il mare e le tante vie che offre, anche all'immaginazione.

La pianura metafisica di Romagna è quasi un miraggio come lo è Firenze sbarrata dalle cime dell'Appennino. In queste colline il dato fenomenico devitalizza e anestetizza la condensazione storica, qui cessano le oppressioni, e anche le pressioni culturali, del presente.   

Anche Ravenna è lontana, come lo è quella linea retta, la via Emilia, da cui, come per opera di un chirurgico taglio di Lucio Fontana, sono fuoriuscite città come Imola, Faenza, Forlì, Cesena e Rimini, ma da qui - in mezzo a un meno solare e quasi virgiliano addensarsi di cupe ombre di colore verde scuro nonostante gli azzurri della pittura rinascimentale e della pascoliana “visïon di San Marino” - è più facile abbandonarsi a un naufragio mentale che dalle presenze più vicine e povere corre alle promesse della costa adriatica, da Parenzo a Spalato fino all'antica Bisanzio e a tutto il Mediterraneo. Tante storie.

Nel buen retiro artistico di Pipani c'è, forse, un qualcosa di leopardiano - per il suo elogio di una imperfezione che sa tanto di sabato e di attesa -  ma ancor più di morandiano: a Bologna qualcosa gli si deve pur essere attaccato della polvere di un Maestro che non poteva guardare alle cose se non ricoperte da una sorta di calcificazione che al tempo stesso allontana dalla concreta materialità e avvicina all'essenza e alla compassione nei confronti di poveri vasi, misere ciotole e rose rinsecchite o artificiali.

Pipani, in fondo, è figlio di quella rivoluzione realista e impressionista che ha portato alla insignificanza del soggetto e, quindi, alla validità di tutti i soggetti - anche i più umili, quotidiani e correnti - da cui è nata l'arte moderna. Magari con una particolare, inconscia, attenzione a Maurice Utrillo che ha condotto verso la nobiltà i più scarni, martoriati, poveri e umili intonaci di una Parigi a suo tempo talmente tanto indagata dall'arte da essere ormai un patrimonio immaginario corrente, frusto, banale e da cartolina.

Un altro “romagnolo”, di adozione per un certo periodo della sua vita, come Felice Giani- campione del neoclassicismo italiano - trovò nella natura e in un viaggio verso l'Appennino l'antidoto contro il mito e le idealizzazioni. Il primo disegno del suo famoso taccuino di viaggio da Faenza a Marradi riporta un evento atmosferico. La scritta autografa è chiara: “Piazza di Faenza nevicata”. Il dato fenomenico devitalizza e anestetizza la condensazione storica. Il manto nevoso ricopre la fontana monumentale facendola sembrare una sorta di opera informale e diventa il vero soggetto dell'opera, abbagliando tra le masse scure del duomo e dell'antistante loggia. Opera intima, fotografica, poetica ed inedita. Opera immediata, che le stesse incertezze prospettiche e dimensionali conducono verso sensibilità tipicamente moderne come sembrano annunciare le due case tra il duomo e la fontana quasi utrilliane per nobile povertà e umiltà. In questo percorso esistenziale gianesco, niente più storia e miti, anche culturali. Solo il vero: vario, incoercibile in una visione unitaria, sfuggente e multiforme. Episodi. Frammenti.

Tali appaiono anche le opere di Mauro Pipani.

Come giudicare altrimenti le sue complesse sovrapposizioni di dati figurativi (tra disegno e fotografia), scritte, dati materici e veli trasparenti che occultano e invitano a scoprire? Anche l'apparenza astratta di alcuni elementi non è forse la traduzione di quella intima astrazione contenuta in ogni dato del reale e fenomenico? Basta avvicinarsi, cambiare l'ottica e saper vedere. Nella poetica del frammento di Mauro Pipani si sommano presenze e ricordi, siano essi simulacri di case, di alberi o di paesaggio, parole, elementi concreti e dettagli del vero fuori scala. Un po' come nella nostra memoria e nel nostro pensiero attivo in cui sono compresenti molte voci che parlano all'unisono e molte attrazioni visive che si accavallano le une sulle altre.

Guardare un'opera di Mauro Pipani è come fare un esercizio di linguaggio, di quel linguaggio moderno – frutto della crisi di tanti valori - esordito con fragore con l'”Ulisse” di Joyce ma che pochi scrittori successivi hanno continuato a percorrere. I frammenti di Pipani sono, infatti, modernamente irrisolti e interrogativi: autorevoli testimoni di quella crisi dei valori e della forma compiuta (aurea, classica) che ha connotato gran parte dell'arte del Novecento tra consapevole rifiuto e, visti i tempi e le tragedie occorse, anche sofferta impossibilità. Tra ready made; recuperi (fattuali e mentali); memorie del passato e moderne; sollecitazioni visive, tattili e fisiche e, infine, sottili ma significative innovazioni - frutto in gran parte di una fine sensibilità che, con pazienza e nel tempo, sa accudire - anche Pipani non è intende sfuggire alla poetica della deriva. Il tutto in una dimensione sovratemporale, da limbo, come sembra voler significare il tono bianco, latteo, larvale e velato dominante. 

Le opere di Pipani - povere e sofisticate, umili e nobili, prosaiche e poetiche, quotidiane e mitiche – sono anch'esse protagoniste di una vigile attesa e di una possibilità: la congiunzione di apparenti contrari quali il dato più banale e il mistero e lo sconosciuto.

Frammenti ma anche un potere di ascolto di una multipresenza universale che, miracolosamente, emerge soprattutto quando tutto tace, quando i rumori del mondo si attenuano o scompaiono.

E la sera scende sul mondo. Virgilio: “Majoresque cadunt altis de montibus umbrae”. E con la sera, con l'invenzione poetica della sera, giunge nell'arte quella malinconia, quella velata tristezza, che presiede a tanta parte di una produzione artistica sempre insoddisfatta e in perenne attesa di una epifania di perfezione come ha magistralmente esemplificato la Melencolia düreriana.

Le perfezione non esiste e, forse, è bene che non esista. Di nuovo Leopardi e, con lui, in un altro “borgo selvaggio”, Mauro Pipani.

Testo del catalogo "Atmosferica"  ed. a2mani - Museo Ugonia Brisighella 2019